Il mito di Karamah nel regno Hashemita di Giordania

Tra pochi giorni, il 21 marzo, inizierà la primavera, fin dall’antichità simbolo di rinascita e prosperità. In Giordania però questo giorno non è celebrato solo per l’inizio della bella stagione ma soprattutto per la vittoria ottenuta contro l’esercito israeliano nel 1968 presso lo sconosciuto villaggio di Karamah, sito nella valle del Mar Morto.

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Come la primavera infatti, la Battaglia di Karamah rappresenta una sorta di rinascita per il popolo giordano in quanto non solo ha bloccato la scivolata verso il deterioramento e la disfatta, ma ha anche provato che unità, sacrificio e determinazione a resistere erano degli ingredienti essenziali per conquistare la vittoria, dissipare il mito dell’invincibilità del nemico israeliano e sancire la nascita di una nuova Giordania. Potremmo anche immaginarla come un “colpo di spugna” nei confronti della Guerra dei Sei Giorni, avvenuta solo pochi mesi prima e segnata dalla disfatta delle truppe giordane.

La storia di questo periodo ci rivela che nel corso dei mesi successivi al conflitto dei sei giorni, le organizzazioni di guerriglieri come Al-Fatah divennero sempre più forti e conobbero un vistoso aumento degli effettivi grazie al grande afflusso di volontari spinti dal fortissimo desiderio di rivalsa. Nuova forza significò nuove incursioni in Cisgiordania contro obiettivi israeliani e di conseguenza nuove ritorsioni in territorio giordano che spesso andavano a colpire non solo i guerriglieri direttamente interessati ma anche civili giordani innocenti i quali non avevano nulla a che vedere con le incursioni dei guerriglieri. In sostanza, le incursioni palestinesi stavano esponendo pericolosamente la monarchia Hashemita a dei minacciosi “contraccolpi” israeliani. La battaglia di Karamah scaturì proprio da una situazione simile a quella descritta qui sopra ma con un impiego di forze diverso dal normale. Il 18 marzo del 1968 un pulmino di studenti israeliani saltò in aria su un una mina posizionata dai palestinesi procurando 2 morti e 10 feriti. Israele, ormai stufo delle molteplici incursioni, non aspettò molto a rispondere con vigorosa violenza all’evento organizzando per il 21 marzo una tanto brutale quanto affrettata reazione, inoltre basata su informazioni imprecise.

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Lo scopo dell’attacco era isolare Karamah e distruggere le basi dell’OLP e il relativo personale. Israele però aveva sottovalutato un fattore che poi si rivelò il più determinante: l’esercito giordano. Le forze di re Hussein, uscite a pezzi dalla Guerra dei Sei Giorni, stavano attraversando una fase di ricostruzione e in quel periodo, alla disperata ricerca del riscatto, fornivano spesso e volentieri fuoco di copertura ai guerriglieri in ritirata dalle incursioni o, più raramente, aprivano il fuoco sui nuovi insediamenti israeliani nella valle del Giordano. In quel primo giorno di primavera del 1968 non rimasero di certo a guardare. Pare infatti che i giordani fossero a conoscenza dell’incursione, grazie alle informazioni passate dalla CIA, e che avessero predisposto delle difese efficaci su posizioni vantaggiose, anche perché erano convinti che l’obiettivo israeliano fosse la presa di tutta la valle del Giordano fino alla città di Al-Salt, se non pure Amman, così da poter mettere pressione al re hashemita. Iniziata l’incursione, i blindati israeliani rimasero subito bloccati nel fango e vennero duramente colpiti dai giordani che non stavano aspettando altro che giocare a tiro a segno con i mezzi israeliani. I guerriglieri palestinesi non si ritirarono e decisero di affrontare il nemico a viso aperto combattendo con valore dalle trincee ben nascoste che avevano scavato giorni prima, subito dopo l’avviso giunto dai giordani riguardo un imminente attacco. Dopo ore dall’inizio dell’incursione, l’esercito israeliano arrivò finalmente al villaggio e iniziò le operazioni di distruzione le quali però non furono completate per via dell’intenso fuoco giordano che li costrinse alla ritirata. Il comandante giordano Mashour Haditha Al-Jazy, nonostante le minori risorse e nonostante la quasi completa assenza di supporto aereo, riuscì a respingere i soldati israeliani. La battaglia fu per gli israeliani una tragedia sfiorata e fu anche la prima nei combattimenti arabo-
israeliani in cui essi chiesero un cessate il fuoco.

Il destino ha voluto che questa vittoria, preziosa come l’ossigeno per i giordani ancora devastati dalla disfatta del ‘67, capitasse esattamente nel primo giorno di primavera, stagione che è sempre stata emblema di rinascita dopo la fredda decadenza dell’inverno.

Tale fortuita coincidenza ha sottolineato ancora di più il valore fondativo della battaglia per il popolo giordano, paragonata appunto a una nuova vita, a una primavera dissipatrice delle nubi, del gelo e della fredda decadenza dell’inverno portato dalla Guerra dei Sei Giorni. Il caso ha voluto anche un’altra coincidenza, cioè che il nome di questo villaggio significasse dignità e che andasse perfettamente d’accordo col significato politico della battaglia. La ripresa dei popoli arabi dopo la guerra del 1948 era stata distrutta dalle nebbie della Naqsa, termine che indica una ricaduta, una nuova catastrofe e spesso usato dagli arabi per indicare la Guerra dei Sei Giorni, ma Karamah aveva riportato la luce in questo periodo di buio e aveva fatto scoprire al popolo giordano una nuova forza.

Quest’ultima forgiò e definì irrevocabilmente la nascita di una nuova Giordania basata su un nucleo fatto di miti e valori più specificamente giordani e meno panarabi, su delle costruzioni del passato diverse da quelle degli altri paesi arabi e pienamente condivisibili solo dal pubblico giordano.

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Il ruolo quasi mitico ricoperto da Karamah è percepibile attraverso vari elementi; uno di questi è il posto speciale che essa occupa in molti musei di storia militare della Giordania, ovviamente a scapito di altri eventi meno mitici e più imbarazzanti agli occhi e al cuore della nazione. Un esempio può essere il nuovissimo Royal Tank Museum, dedicato al diletto dei giordani e dei turisti, ma allo stesso tempo caratterizzato da una densa propaganda la quale si traduce in una straordinaria esaltazione della vittoria nella battaglia di Karamah, con tanto di trionfale esposizione dei mezzi catturati agli israeliani durante lo scontro, tutto a scapito delle sezioni dedicate agli altri conflitti arabo-israeliani. Altri elementi attraverso i quali si può assistere all’esaltazione quasi mitologica di questa battaglia sono gli energici festeggiamenti voluti dalle istituzioni, i numerosissimi libri di testo a essa dedicati e anche i copiosi fumetti che affollano gli scaffali delle librerie e delle università, cosicché la prosecuzione del mito possa realizzarsi anche nei momenti di svago.

Dal punto di vista del piccolo regno, la questione sulla ricerca della realtà storica riguardo la battaglia non si pone minimamente. Le critiche rivolte alla narrazione giordana di Karamah sono spesso percepite come artificiose e inesatte, in quanto veicolate da una storiografia occidentale ritenuta faziosa, distante e filo-israeliana. Ciò comporta delle evidenti discrepanze nelle principali versioni circolanti sulla battaglia. Per gli israeliani e per una parte della storiografia occidentale il “Karamah affair”, come in alcuni casi viene definito con tono denigratorio, è un evento storico di seconda categoria e di scarsa influenza sul corso degli eventi, tra l’altro caratterizzato da poche perdite israeliane e dal raggiungimento degli obiettivi prefissati. Per i giordani e la storiografia araba la battaglia è un successo fondamentale contro l’invasione, e non incursione, israeliana volta a “rimuovere i giordani fin dalle radici”. Oltre a ciò che è stato detto, per il Regno di Giordania non sussistono nemmeno dubbi su chi sia stato il vero vincitore della battaglia. Qui si delinea lo scontro ancora in corso tra due narrazioni poste sullo stesso fronte ma in conflitto su alcuni punti: quella giordana e quella palestinese. Infatti non dobbiamo dimenticare che alla battaglia presero parte anche i palestinesi i quali sostengono che il maggior peso dello scontro sia stato sostenuto dai loro guerriglieri e che i giordani si siano esclusivamente limitati a fornire supporto come avevano già fatto tante altre volte. La risposta giordana è molto semplice: trattandosi di un’invasione lo scontro è avvenuto principalmente tra i due eserciti regolari in campo, quello giordano e quello israeliano, con il semplice sostegno dei guerriglieri palestinesi, quindi i reali vincitori della battaglia non possono essere che i giordani.

In conclusione possiamo dire che, nonostante i numerosi attacchi provenienti sia dall’esterno che dall’interno, il mito di questa battaglia continua a rimanere di capitale importanza per l’orizzonte collettivo giordano in quanto esso non solo simboleggia la nascita di una nuova Giordania ma racchiude anche tutti i valori e le qualità che essa deve possedere, simboleggiare e diffondere nel mondo.

Articolo di Alessandro Trabucco

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