La Battaglia di Otranto. Sogno espansionistico nel sud Italia per gli ottomani, campanello d’allarme per gli stati della Penisola.

Quadro raffigurante la decapitazione degli 813 otrantini nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello, Napoli

Nel nostro quinto appuntamento facciamo un salto nel passato di oltre cinquecento anni parlando della Battaglia di Otranto del 1480, celebre tentativo di invasione dell’Italia da parte dell’Impero Ottomano. Partiamo subito dagli avvenimenti di quei giorni di metà estate del 1480. Il 28 luglio del 1480 più di 15.000 soldati ottomani, dopo aver preso il largo dalla vicinissima costa albanese di Valona, sbarcarono pochi chilometri a nord di Otranto in una baia nei pressi dei laghi Alimini che porta ancora oggi nel suo nome, Baia dei Turchi, il ricordo di questo evento. In poco tempo le notizie sullo sbarco si diffusero in tutta l’area spingendo la popolazione delle campagne a chiudersi nei più vicini centri fortificati, primo fra tutti Otranto. . Subito dopo lo sbarco delle truppe gli ottomani, al cui comando vi era il sangiacco (governatore) del distretto di Valona Gedik Ahmed Pascià, si diressero verso Otranto e una volta giunti avviarono le trattative diplomatiche in favore di una resa senza combattimenti della cittadina e offrendo agli otrantini delle “condizioni non del tutto sfavorevoli”. Gli otrantini, fiduciosi nel pronto arrivo degli aiuti da Napoli, rifiutarono le offerte fatte da Ahmed Pascià a suon di cannonate e lanci di frecce verso i legati turchi inviati per trattare. Le trattative rappresentavano una ritualità sacra per i turchi e una risposta del genere fu giudicata di un’insolenza tale da far infuriare il comandante ottomano che decise di abbandonare i tentativi diplomatici e di avviare l’assedio della città con un violentissimo bombardamento. Gli ottomani potevano contare su più di 15.000 uomini ben armati e addestrati, sul costante flusso di approvvigionamenti dalla costa dell’Albania e su dei pezzi di artiglieria superiori sia per numero che per qualità, senza dimenticare le loro 7 bombarde “di dimensioni incredibilmente grandi”. Lo schieramento idruntino al contrario poteva contare su circa 5000 uomini, praticamente tutti gli abitanti della città armati alla meno peggio più uno sparuto gruppo di mercenari, tutti comandati dal capitano Francesco Zurlo, su poche e antiquate armi e su un sistema difensivo obsoleto basato sulle mura bizantine della città, risalenti addirittura al X secolo, e sul castello di età federiciana costruito a picco sul mare e debilitato da anni di incuria e salsedine.

Vista aerea della città antica di Otranto recinta dalle sue imponenti fortificazioni del XVI secolo

Il bombardamento della città fu continuato, giorno e notte, intervallato da cariche verso la città le quali venivano coraggiosamente respinte dai pochi difensori a costo di alte perdite da entrambe le parti. Nelle brevi pause fra le scariche d’artiglieria e gli assalti, gli otrantini cercavano di riparare i punti più danneggiati delle mura e raccoglievano sia i morti che i soldati ottomani feriti rimasti sul campo ai quali vennero riservati atroci supplizi, probabilmente torturati e poi impalati, al fine di esaltare gli animi e convincere i difensori attraverso la prova del sangue della vulnerabilità dei turchi.  Il 9, il 10 e l’11 agosto gli ottomani sferrarono tre potenti assalti alla città. I primi due fallirono ma il terzo ebbe successo portando lo scontro all’interno della città. Vicolo dopo vicolo gli otrantini cercarono di difendere la città ma invano, allora si ripararono dietro le difese approssimative erette attorno al sagrato della cattedrale. Per poche ore riuscirono a respingere i primi piccoli gruppi di soldati nemici fin quando non sopraggiunse il grosso delle truppe ponendo fine alla resistenza degli otrantini. Ciò che ne seguì fu l’eccidio dei cittadini e un violentissimo saccheggio della città. Le case vennero ridotte in rovina, le chiese saccheggiate, gli uomini uccisi, le donne stuprate, i neonati “strappati dal seno delle madri e in parte sgozzati, in parte trafitti”, gli uomini di chiesa e gli ebrei passati al fil di spada, le ragazze e i ragazzi più carini ridotti in schiavitù e spediti nell’Impero. Come ci racconta Antonio De Ferraris, dopo due giorni di saccheggio, il 14 agosto 1480, “gli ottocento uomini scampati alla strage perché fatti prigionieri o perché feriti o ammalati, furono condotti fuori dalla città e trucidati tutti sotto gli occhi del crudelissimo comandante barbaro”. Enorme fu il coraggio dimostrato dagli 813 sopravvissuti otrantini sul Colle della Minerva, sito che all’epoca ospitava le rovine di un antico tempio romano ove prese luogo l’esecuzione di massa, i quali sprezzanti dinnanzi le armi nemiche “si incoraggiavano a morire l’un l’altro”.

La cappella nella cattedrale di Otranto dedicata ai martiri otrantini dove trovano posto una parte dei loro resti

La decisione di compiere questa strage fra i sopravvissuti venne a lungo motivata dal rifiuto degli 813 martiri otrantini di convertirsi all’Islam. Probabilmente però la religione non fu il principale motivo della strage. Più probabilmente le ragioni prime furono la vendetta verso chi aveva rifiutato la resa e sparato sui legati ottomani e il desiderio, attraverso questo estremo gesto, di instillare il terrore e un senso di impotenza e di invincibilità ottomana nella psiche dell’avversario.Dopo la presa della città le donne sopravvissute vennero obbligate a cucinare per i soldati e le difese cittadine furono subito ristabilite in vista del probabile arrivo delle truppe aragonesi. Contemporaneamente all’assedio di Otranto altri contingenti turchi avevano condotto delle devastanti scorrerie verso altri luoghi del sud Salento devastando le campagne, distruggendo altre città fortificate come l’antichissima Roca e saccheggiando numerose chiese e monasteri come il complesso greco di San Nicola di Casole, conosciuto per gli eccelsi copisti e per la preziosa biblioteca.

Le rovine del complesso greco di San Nicola di Casole

Dopo la presa, Otranto fu trasformata in una città fortificata sfruttata come base ottomana per le scorrerie via mare, le quali si spinsero fino alle coste del Gargano, e vi terra, le quali invece si spinsero fin sopra Lecce. La risposta del re Ferdinando I d’Aragona fu molto tardiva ma alla fine arrivò. Il re affidò a suo figlio Alfonso d’Aragona il compito di riprendere la città. Le avanguardie delle forze aragonesi giunsero nella Penisola salentina verso la fine dell’estate, sconfiggendo prima una banda di 400 razziatori turchi a pochissimi chilometri da Lecce e poi appostandosi in alcune cittadine nei pressi di Otranto così da poter intercettare e bloccare qualsiasi manipolo ottomano. L’arrivo dei rinforzi però non migliorò la situazione infatti i turchi continuavano ad avere la meglio negli scontri con le forze aragonesi, scoraggiate dalle sconfitte e terrorizzate dalla ferocia dell’avversario, e continuavano a saccheggiare il nord della Puglia eludendo il blocco della flotta aragonese. Agli inizi del 1481 però la situazione cambiò. Ahmed Pascià, richiamato nell’Impero, partì per Valona lasciando in Otranto una guarnizione di 5000 uomini. La flotta aragonese, venuta a conoscenza dello spostamento, intercettò quella ottomana sbaragliandola nei pressi dell’isola di Saseno e costringendo Ahmed Pascià a un’ingloriosa fuga. Questa vittoria fu accolta come un miracolo e infuse forza e coraggio presso le truppe aragonesi, ma non si trattò dell’unica buona notizia. Gli stati italiani ed europei che mesi prima avevano promesso l’invio di aiuti, finalmente rispettarono le loro promesse inviando agli aragonesi armi, soldati e navi. Nell’estate 1481 le forze aragonesi avevano posto Otranto sotto assedio ma, rinvigorite dagli aiuti esterni, incoraggiate dalle condizioni precarie dei difensori e dall’isolamento in cui essi versavano dopo la morte del sultano Maometto II, decisero di lanciare il 23 agosto l’attacco definitivo alla città. l’assalto durò a lungo comportando enormi perdite da ambo le parti. Tale fu la violenza dell’attacco aragonese che i turchi sopravvissuti, fiaccati dalla fame e dalle malattie, decisero di concordare la resa. Il 10 settembre del 1481 gli ottomani, in base agli accordi presi, lasciarono la città ottenendo così il permesso da parte aragonese di poter ritornare in patria sani e salvi. Dopo più di un anno di occupazione ottomana, quel che rimaneva di Otranto ritornò sotto il dominio aragonese.

Giunti a questo punto ci si chiede: come mai la città fu conquistata così velocemente e come mai i rinforzi giunsero così tardi? Perché gli ottomani decisero di attaccare l’Italia e come mai non sfruttarono la testa di ponte conquistata optando per il ritiro? Partiamo dalla prima domanda. Gli aragonesi fino alla presa della città avevano optato una scelta strategica che, soprattutto in questa situazione, si rivelò sbagliata. Essa era troppo legata a una linea di centralismo del Mediterraneo occidentale trascurando e sottovalutando tutto ciò che veniva dal Mediterraneo orientale come la minacciosa conquista ottomana dell’Albania distante pochissimi chilometri dalle coste del regno. Un esempio di ciò è la convinzione di Ferdinando che le voci circolanti presso tutte le corti italiane circa un’imminente aggressione ottomana non fossero altro che delle falsità messe in giro dai suoi avversari per distoglierlo dai suoi affari nella penisola. Inoltre lo scoppio di un’epidemia di peste in Terra d’Otranto e in Albania e la notizia, poi rivelatasi falsa, del ritiro della flotta turca da Valona lo aveva ancor di più convinto dell’impossibilità di un attacco ottomano, a tal punto da ordinare il ritiro di circa 200 uomini dalla guarnigione di Otranto. Per di più il processo d’ammodernamento delle più vecchie fortezze della Terra d’Otranto procedeva ancora a rilento, come dimostrato dalla paurosa obsolescenza delle difese otrantine. Infine tali scelte, completamente all’oscuro dell’evidente “vocazione orientale” di una parte del suo regno letteralmente incuneata nei confini del colosso turco, si rivelarono sbagliate e influirono sul successo ottomano nella presa della città. Parlando dei rinforzi esterni apriamo un paragrafo tristemente noto della realtà italiana dell’epoca. Gli aiuti italiani tardarono in quanto la Penisola era profondamente divisa dalle rivalità fra i piccoli stati dediti ai soliti ed egoistici “balletti di riposizionamento e salvaguardia dei propri specifici interessi”.

  In questa mappa si può notare l’estrema frammentazione dell’Italia nel XV secolo e la grande vicinanza di Otranto alle coste albanesi

Molti di essi non erano minimamente intenzionati a sprecare risorse in favore degli aragonesi, inoltre, persuasi dalle distanze geografiche, non vedevano nell’invasione ottomana una minaccia ai loro interessi, anzi al contrario. L’attacco turco, lungi dall’essere sfruttato come catalizzatore delle forze italiche in favore dell’unità contro un nemico esterno, si presentava agli occhi degli staterelli della penisola come l’occasione perfetta per distrarre gli aragonesi dai loro affari italiani e per indebolire le loro forze. Una paradossale testimonianza di ciò è la medaglia fatta coniare da Lorenzo de’ Medici recante l’iscrizione “Maumhet Asie ac Trapesunti Magneque Gretie imperator”, quasi a voler glorificare le conquiste e le pretese ottomane. In questo modo gli staterelli italiani adottavano una linea che a lungo andare avrebbe dimostrato tutta la sua inconsistenza strategica, se non contro i turchi contro un’altra minaccia esterna, magari la Francia. Per quanto riguarda i turchi, le ragioni della loro avventura sono molteplici. Gli ottomani erano al corrente dell’arretratezza in cui versava una parte del sistema difensivo salentino. Inoltre intendevano punire gli aragonesi e la popolazione salentina stessa per gli aiuti prima e l’ospitalità poi che avevano fornito agli albanesi durante la conquista ottomana dell’Albania. La motivazione principale però risultava essere un’altra. Il sultano Maometto II, dopo aver conquistato Costantinopoli e dopo aver definitivamente posto fine all’Impero Romano d’Oriente, credeva di essere diventato il degno successore degli imperatori romani, a tal punto che fra i tanti titoli di cui si fregiava compariva anche quello di Qaysar i Rum, Cesare dei Romani. Di conseguenza il suo sogno personale era quello di riconquistare i territori del sud Italia che un tempo appartenevano agli imperatori bizantini, di cui lui si sentiva il degno erede, e magari di proseguire nella conquista di Roma, così da sbarazzarsi dell’ingombrante figura papale la quale spesso incitava alla guerra verso gli infedeli ottomani, e passare alla storia come il conquistatore del cuore della cristianità. Vi fu però anche un altro fattore che giocò a vantaggio di queste reclamazioni. Fra gli anni ‘40 e gli anni ’60 del XV secolo il Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo aveva trasformato la Terra d’Otranto in un vero e proprio “stato nello stato”, con tanto di “capitale” a Lecce, dove il castello fu trasformato in una sfarzosa reggia per la corte (che pare rivaleggiasse con quella aragonese) e dove vennero creati tutti quegli organismi tipici di uno stato autonomo compresa una zecca.

Giovanni Antonio Orsini del Balzo

Questo spiccato desiderio di autonomia si tradusse anche in audaci ambizioni geopolitiche. Consapevole della “vocazione orientale” della Terra d’Otranto e dei profondi legami che intercorrevano fra essa e l’Impero Bizantino, l’Orsini intraprese negli anni dei piccoli tentativi di affrancamento dai vincoli di vassallaggio verso gli aragonesi per provare a spostarsi sotto l’influenza bizantina, giustificando le sue mosse con l’antica autorità detenuta dai bizantini sulla regione, della quale rimanevano, e rimangono tutt’oggi, ancora numerosissime tracce. Tali tentativi non ebbero successo per via delle repentine contromisure imbastite dai sovrani aragonesi ma la loro sola esistenza fornì una giustificazione ancora più forte alle pretese di Maometto II sulla regione e sul meridione italiano in generale. Infine però, nonostante tutti questi sforzi storico-ideologici imbastiti dal Sultano, le sue tattiche e le sue aspirazioni, seppur coronate da un iniziale successo, si rivelarono di scarsa importanza per i suoi successori i quali non le perpetuarono, attirati più dalle questioni dinastiche o da un altro dei numerosi fronti sui quali gli ottomani stavano combattendo. Dopo il tentativo del 1480 i turchi non provarono mai più a invadere l’Italia, sia perché impegnati su altri fronti sia perché nel corso dei successivi decenni la Terra d’Otranto venne letteralmente trasformata in un “bastione della cristianità” attraverso un complesso processo di costruzione o ammodernamento delle fortezze. In breve tempo decine di borghi rafforzarono le loro difese con fortificazioni moderne, centinaia di insediamenti campagnoli si trasformarono in masserie fortificate, le coste vennero tappezzate con decine di torri per l’avvistamento, le città principali si dotarono di mura e castelli imponenti adeguati ai progressi tecnologici in campo bellico e difficilmente espugnabili. In sostanza un eventuale secondo tentativo d’invasione a partire dalla Terra d’Otranto si sarebbe rivelato un potenziale fallimento per gli ottomani i quali avrebbero dovuto dissipare ingenti risorse in uomini e mezzi, oltre che di tempo, necessari per sottomettere l’intera regione.

Articolo di Alessandro Trabucco

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