L’alba di una nuova epoca: la Guerra dei Sei Giorni


Prima dello scoppio delle ostilità, nei concitati momenti analizzati negli articoli precedenti, le forze arabe avevano frettolosamente messo a punto un piano che vedeva come obbiettivo principale l’incontro fra i vari eserciti arabi nel territorio nemico al fine di tagliarlo a metà e successivamente spingere gli israeliani nel mare. Quest’ultimi cercarono invece di impedire tale collegamento concentrandosi sulla rapidità d’azione, la potenza di fuoco, l’imprevedibilità e l’effetto sorpresa fornite dall’attacco preventivo che i militari israeliani avevano ideato già da tempo proprio per far fronte a situazioni come quella del maggio/giugno del ’67. Il primo, e originariamente anche l’unico, obiettivo degli israeliani erano le forze egiziane, considerate le più pericolose. Stando alle parole di re Hussein “gli egiziani facevano decollare quattro formazioni successive di 12 caccia ciascuna dalle 4 alle 7 del mattino, lungo il confine israeliano, il Canale di Suez e il Mediterraneo. In seguito gli egiziani restavano a terra, rientravano alle basi e i piloti e gli addetti al controllo a terra andavano a fare colazione”. Esattamente in questa finestra di tempo, in cui gli egiziani avevano momentaneamente abbassato la guardia ed erano più vulnerabili, gli israeliani decisero di attaccare le basi nemiche. Gli aerei dell’aeronautica israeliana, che nel precedente articolo avevamo lasciato appena decollati sotto i primi raggi di sole del 5 giugno 1967, una volta raggiunta la quota prestabilita, adottarono delle rotte inconsuete per disorientare il nemico durante l’attacco e volarono molto bassi per evitare di essere intercettati dai radar egiziani. Solo pochi aerei erano stati lasciati a difesa del territorio d’Israele, quindi l’attacco all’Egitto doveva obbligatoriamente avere successo. Circa trenta minuti dopo erano in vista dei loro obiettivi. Iniziarono quindi a devastare le piste colpendole in numerosi punti così da impedire agli aerei egiziani di alzarsi in volo per contrattaccare. Terminato con le piste passarono agli aerei fermi sulle piste stesse o negli hangar in attesa di essere riforniti di carburante.

Aerei e hangar egiziani distrutti a terra dall’aeronautica israeliana

Oltre alla tempistica perfetta, l’aeronautica israeliana venne aiutata anche dalla fortuna. Proprio la mattina di quel 5 giugno il Ministro della Difesa egiziano, ‘Abd El-Hakim ‘Amer e il comandante dell’aeronautica militare, generale Mohammed Sidki, erano in volo dal Cairo verso il Sinai per compiere un giro d’ispezione presso le basi principali.

Temendo incidenti da parte delle truppe innervosite dallo stato di allerta, il comando supremo aveva ordinato alle batterie contraeree egiziane lungo il Canale e in alcuni settori della penisola di non aprire il fuoco contro gli aerei che le avessero sorvolate.

La sorpresa per gli egiziani fu totale. Vennero colti alla sprovvista più dalla rapidità, dalla precisione, dall’intensità dell’attacco che dal gesto in sé. Alla fine della seconda ondata, verso le undici del mattino, l’aeronautica israeliana aveva distrutto quasi tutti gli aerei egiziani molti dei quali, senza aver avuto il tempo di decollare, furono distrutti a terra. Il trionfo fu così schiacciante che il comandante dell’aeronautica Hod poté dichiarare “L’aeronautica egiziana non esiste più”. Pertanto già a partire dal primo giorno gli aerei israeliani poterono dedicarsi quasi totalmente al martellamento dell’alto delle forze di terra avversarie e al supporto delle truppe amiche. Pochi minuti dopo la partenza degli aerei israeliani, l’offensiva di terra prese le sue prime mosse. L’obiettivo era avanzare fino a 16 km dal canale mentre la marina si sarebbe occupata della presa di Sharm El-Sheikh e della riapertura degli stretti. L’esercito d’Israele appena entrato incontrò fin da subito un’accanita resistenza delle forze egiziane ben trincerate e armate. Dopo ore di combattimenti però riuscirono a sfondare le linee difensive costringendo il comandante egiziano, generale e vice di Nasser ‘Abd El-Hakim ‘Amer, ad ordinare la ritirata.

Il Ministro della Difesa egiziano, ‘Abd El-Hakim ‘Amer

L’ordine si rivelò controproducente. Le truppe egiziane, infatti, avevano in numerose occasioni dimostrato di sapersi difendere bene, in più erano in molti casi ben trincerate e dotate di armi pesanti. Ma, ricevuto l’ordine di ritirata, furono costrette ad abbandonare le loro fortificazioni ed esporsi al fuoco degli aerei israeliani. Per di più gli ufficiali delle singole unità, non disponendo delle informazioni necessarie e non conoscendo le posizioni del nemico, non furono in grado di organizzare una ritirata composta e molti soldati finirono per disperdersi. La ritirata quindi si trasformò in fuga e il panico si diffuse all’interno dell’esercito e del governo egiziano. Nelle ore seguenti numerosi aiuti militari arrivarono in Egitto, in particolare dall’Algeria. Purtroppo un fatto positivo come questo si tramuto in un elemento di ulteriore confusione e destabilizzazione. Il comando supremo egiziano infatti, resosi conto dell’errore fatto da ‘Amer nell’ordinare la ritirata e rassicurato dagli aiuti algerini, emanò un contrordine dove si chiedeva alle truppe di ritornare alle postazioni abbandonate. Fu il caos totale. Alcune unità non ricevettero il contrordine e continuarono a ritirarsi, altre dovettero fare inversione di marcia e andare incontro a sicura disfatta per riconquistare le posizioni abbandonate ormai in mano al nemico, altre ancora si dispersero nel deserto dopo esser state abbandonate dai loro ufficiali superiori fuggiti verso il canale per salvarsi, altre riuscirono a organizzarsi attorno a qualche valido comandate come Al-Shazly e riuscirono ad opporre un tenace, seppur vana, resistenza.

Prigionieri egiziani tenuti sott’occhio da un soldato israeliano

Al Cairo la situazione era forse ancor peggiore che nel Sinai. Nasser e ‘Amer erano completamente all’oscuro di ciò che stava accadendo sul fronte. Parallelamente, per giorni interi, proseguirono le entusiastiche trasmissioni della “Voce degli Arabi” (Radio Cairo) che proclamavano inverosimili vittorie contro “l’entità Sionista”. Annunciavano la distruzione di Tel Aviv e dei depositi petroliferi di Haifa, l’abbattimento della quasi intera aeronautica israeliana e la trionfante avanzata delle forze egiziane e giordane nel deserto del Negev. Nasser e tutti i suoi fedeli, consapevoli delle notizie false che stavano contribuendo a diffondere, erano sull’orlo del collasso nervoso, speranzosi in un cessate il fuoco imposto dalle Nazioni Unite. La sera stessa del primo giorno di ostilità la radio israeliana “Kol Israel” (La voce d’Israele) cercò di sfruttare le menzogne riferite dal governo egiziano rivolgendosi ai piloti egiziani in questo modo: “Cosa aspettate a rovesciare Nasser? Voi sapete che vi abbiamo distrutto centocinquanta aerei e che le vostre basi sono inutilizzabili”. L’appello rimase inascoltato. I giorni seguenti furono caratterizzati dalla cecità quasi totale degli egiziani su ciò che stava succedendo nel Sinai. Le notizie che arrivavano erano confusionarie, non si riusciva a capire deve fossero le forze israeliane. Quest’ultime giunsero il 9 giugno al canale di Suez dopo aver conquistato quasi tutto il Sinai. La sera del 9 giugno stesso gli egiziani accettarono il cessate il fuoco nel quale tanto speravano e nel Sinai le armi tacquero. Al termine delle ostilità si fecero i conti della disfatta. Gli egiziani avevano perso il Sinai e Gaza, circa 10.000 soldati, 700 carri e quasi l’intera aeronautica militare non esisteva più. Paragonate, le perdite d’Israele furono irrisorie. Fu un colpo durissimo per il prestigio internazionale di Nasser e della sua causa. L’amarezza provata per l’umiliazione subita fu tale che per i successivi sei anni, fino al 1973, l’Egitto continuò a meditare vendetta, a desiderare una rivincita che ristabilisse l’orgoglio militare perduto e riportasse il Sinai e il Canale di Suez sotto l’ombra delle piramidi. Sul fronte siriano, gli israeliani rimasero sulla difensiva fin quando Dayan decise di iniziare l’attacco sulle alture del Golan il 9 giugno. Le alture del Golan creano un altopiano che si estende per quasi trenta chilometri di larghezza. Era un luogo strategico per tutti e due i contendenti, infatti da lì si poteva dominare tutto il territorio sottostante fino al mare. Come abbiamo visto nei precedenti articoli, questa posizione fu a lungo sfruttata dall’esercito Siriano per bersagliare i coloni israeliani intenti a coltivare le loro terre. Consci dell’importanza strategica dell’area, i siriani avevano provveduto alla costruzione di fortificazioni per fanteria, artiglieria e carri ben nascoste e collegate. L’attacco israeliano iniziò con un forte bombardamento dell’aria e da terra che doveva fare largo all’avanzata dei carri e della fanteria. La resistenza dei siriani fu tenace e, sommata all’asprezza del territorio, impedì agli israeliani di avanzare con la velocità desiderata. Sennonché la fortuna arrise all’esercito d’Israele. Le fortificazioni difatti vennero abbandonate nella notte tra il 9 e il 10 dai siriani stessi che avevano ricevuto l’ordine di ritirarsi dai loro comandi, spaventati dalle cattive notizie provenienti dagli altri fronti. Inoltre, un comunicato di Radio Damasco, il quale riferiva erroneamente la prematura conquista di Quneitra, la quale in realtà avvenne quattro ore dopo il comunicato, scatenò il panico tra le truppe siriane, terrorizzate dall’eventualità di incrociare un blocco israeliano sulla via del ritorno. Anche su questo fronte l’avanzata israeliana terminò il 10 giugno.

Soldati israeliani nelle trincee siriane sul Golan

Le perdite sui due fronti furono “contenute”, 141 caduti israeliani e circa 500 caduti siriani, ma la perdita di un territorio così strategicamente importante, e ancora oggi conteso, fu per la Siria una batosta insopportabile. Le alture erano il trampolino di lancio per gli attacchi ad Israele e permettevano di dominare dall’alto quasi tutti i territori del nemico. Per gli israeliani invece fu una conquista importantissima; misero fine agli attacchi della artiglieria siriana e ottennero un utilissimo territorio cuscinetto dove poter far fronte e arrestare un’eventuale attacco siriano senza dover combattere sul territorio israeliano propriamente detto, pieno di città e villaggi densamente abitati. Il fronte giordano, per le sue peculiarità, per i territori contesi e per i destini di più nazioni in gioco, merita un approfondimento maggiore. Il 5 giugno al mattino presto Hussein venne avvertito dell’attacco israeliano ai danni dell’Egitto e decise di mettersi in contatto con Abdul Munim Riad, il comandante egiziano messo a capo del fronte giordano. Quest’ultimo riferì un messaggio in codice che gli era giunto dal comandante ‘Amer. Tale messaggio riferiva di un attacco aereo israeliano egregiamente respinto, di un contrattacco aereo egiziano in territorio nemico e ordinava al comandante del fronte giordano di procedere all’esecuzione del piano offensivo studiato pochi giorni prima. La situazione in Egitto però, come sappiamo, era ben diversa. Falsamente informato dal generale ‘Amer riguardo le pesanti perdite israeliane, Riad approvò la messa in moto del piano offensivo stabilito. La fanteria occupò l’enclave del monte Scopus a Gerusalemme, l’artiglieria si mise in posizione per cannoneggiare Tel Aviv e l’aviazione attese i rinforzi siriani e iracheni per poter compire delle incursioni in Israele.

Recente fotografia aerea del Monte Scopus dove si possono notare gli edifici dell’Università Ebraica di Gerusalemme

Queste incursioni però avvennero solo a mattina inoltrata a causa di un ritardo delle forze aeree siriane. I bombardamenti si svolsero senza particolari disturbi e al ritorno gli aviatori arabi riferirono di aver incontrato poca resistenza e di aver distrutto solo quei pochissimi aerei che avevano potuto avvistare a terra. Osservazione giusta visto che la maggior parte dell’aeronautica israeliana stava ancora sorvolando l’Egitto al fine di completare la distruzione delle sue ultime basi. Nel frattempo giunse al quartier generale giordano un messaggio del generale delle Nazioni Unite, il norvegese Odd Bull, comandante delle forze ONU presenti nell’enclave del monte Scopus. Il messaggio conteneva un appello del Primo Ministro israeliano Eshkol fatto al generale ONU e diretto ad Hussein. In tale appello in Premier d’Israele informava il re giordano dell’offensiva israeliana in Egitto e chiedeva al Regno Hashemita di non intervenire così da non subire alcuna conseguenza. Inizialmente infatti i piani strategici israeliani erano stati elaborati in modo da limitare lo scontro solo all’Egitto ma, con l’attacco giordano già iniziato, furono in molti, Dayan compreso, a strappare un mezzo sorriso credendo che le ostilità scoppiate con la Giordania fossero una grande occasione, un ottimo pretesto per conquistare e annettere dei territori che credevano dovessero far parte integrante d’Israele cioè Gerusalemme Est e la Cisgiordania. Il re però non volle tirarsi indietro davanti l’attacco, come fa ben capire la sua risposta al messaggio del generale Bull: “Gli israeliani hanno iniziato le ostilità aprendo il fuoco per primi (contro l’Egitto). Ebbene, stanno per ricevere la risposta da parte della nostra aviazione!”.

Il generale egiziano e comandante del fronte giordano Abdul Munim Riad

Secondo lo storico israeliano Benny Morris il messaggio trasmesso da Odd Bull poco dopo le 8.30, cioè prima dell’inizio dell’attacco giordano, giunse a conoscenza del re solo dopo le 11, ad attacco giordano già iniziato. Poco dopo il rientro degli aviatori giordani dalle incursioni in Israele giunse un altro messaggio del generale ‘Amer che riferiva sostanzialmente le stesse informazioni del messaggio precedente aggiungendo però che le forze di terra e di aria egiziane stavano contrattaccando ed erano entrate nel deserto del Negev, cioè avevano attraversato il confine e si accingevano a invadere il territorio israeliano. Al quartier generale giordano furono tutti un po’ esitanti davanti a tali incredibili successi che i messaggi di ‘Amer riferivano ma nonostante ciò continuarono a fidarsi a tal punto che vedendo sul radar degli aerei provenienti dall’Egitto credettero di avere davanti gli apparecchi egiziani intenti a contrattaccare. Ma la realtà era un’altra. A cominciare dalle 12.30 fino alle 15.30 si susseguirono un serie di ondate devastanti ai danni dell’unico radar in possesso ai giordani e di tutte le basi aeree del regno. L’aviazione giordana fu interamente spazzata via mentre i suoi apparecchi si trovavano a terra per rifornirsi di carburante e munizioni. Nel primo giorno, escluse le operazioni di bombardamento sulle basi aeree giordane, le forze armate israeliane preferirono mantenersi sulla difensiva nella speranza, avuta dallo stesso Dayan, che quegli attacchi giordani fossero solo simbolici, per far vedere al mondo che la Giordania era vicina alla Lega Araba ma senza avere reali intenzioni di entrare nel conflitto e che fosse ancora possibile stabilire dei contatti con re Hussein per circoscrivere il conflitto. Sapendo che tali trattative avevano una buona probabilità di finire male, Dayan ordinò per prevenzione la conquista delle colline intorno Gerusalemme così da avere una posizione dominante e vantaggiosa per un’eventuale conquista della città. Gli scontri su queste colline furono di una violenza inaudita in particolare quelli sulla “Collina delle Munizioni”. Qui i giordani avevano messo a punto dei sistemi difensivi simili a quelli utilizzati nella guerra di posizione durante la Prima Guerra Mondiale. Essi comprendevano lunghe linee di trincee, casematte fortificate armate con mitragliatici, bunker e fosse ben difese per i mortai.

Una foto delle fortificazioni giordane sulla Collina delle Munizioni viste da Gerusalemme Ovest.

Lasciare alle spalle porzioni di questo sistema per avanzare più velocemente significava per i paracadutisti israeliani impiegati nell’attacco avere un pericolosissimo coltello puntato alla schiena: dovevano essere conquistati uno alla volta. La battaglia infuriò per ore, fortificazione dopo fortificazione. Alle 6.30 furono gli israeliani ad avere la meglio. Sul campo rimasero più di centoquaranta uomini giordani e israeliani. Successivamente i paracadutisti d’Israele omaggiarono gli avversari riconsegnando i caduti giordani dopo la fine delle ostilità in segno di rispetto nei confronti del valore da essi dimostrato in battaglia. Al mattino del 6 giugno la situazione apparve disperata agli occhi del comando giordano: l’aviazione era perduta, l’unico radar disponibile era gravemente danneggiato, i soldati stavano finendo i rifornimenti e le munizioni, i carri erano bersagliati dall’onnipotente e onnipresente aviazione israeliana. Il re allora decise che era arrivato il momento di recarsi sul campo per vedere più da vicino cosa stesse accadendo. La situazione si mostrò in tutta la sua gravità: l’esercito giordano combatteva con tutte le sue forze nell’intera Cisgiordania senza munizioni, senza rifornimenti, senza mezzi adeguati, senza supporto medico, senza aiuto dall’aria e sotto gli incessanti bombardamenti israeliani. Nel pomeriggio dello stesso giorno il gabinetto Eshkol autorizzò la conquista della Città Vecchia di Gerusalemme e della Cisgiordania prima che un probabile cessate il fuoco delle Nazioni Unite potesse bloccare il conflitto. A partire dalla sera stessa l’esercito israeliano occupò in due giorni le principali cittadine della Cisgiordania: Nablus, Hebron, Betlemme e Gerico. La sera del 6 intorno alle 22 il generale egiziano Riad, pressato da Nasser e temendo il peggio per la riva orientale del Giordano, ordinò la ritirata delle forze hashemite dalla Cisgiordania. Subito dopo giunse il tanto aspettato cessate il fuoco sul fronte giordano dell’ONU. Hussein non prese bene l’ordine di ritirata che avrebbe permesso agli israeliani di completare definitivamente la presa della Cisgiordania senza incontrare un minimo di resistenza ed emanò un contrordine dove si imponeva il mantenimento delle posizioni al fine di limitare i danni della sconfitta. L’arrivo di questi due ordini contraddittori provocò disordine e panico tra le truppe; alcune avevano già passato il giordano e non fecero in tempo a, o non vollero, tornare indietro, le altre che ancora non avevano passato il fiume furono costrette a fare dietrofront e marciare in contro a una disfatta certa per riprendere le loro posizioni nel mentre già occupate dagli israeliani. Durante i combattimenti fra i due eserciti avversari per il possesso della Cisgiordania, violenti scontri avvenivano per il possesso di uno dei luoghi più sacri al mondo: Gerusalemme.

Come detto in precedenza, Israele aveva già dalle prime ore di guerra fatto in modo di assicurarsi il controllo delle alture intorno alla città vecchia così da poter occupare una posizione dominante sullo scenario e fornire supporto alle truppe che operavano più in basso. La conquista della città, approvata il 6 giugno, venne accelerata da Dayan la mattina del 7 in conseguenza del cessate il fuoco emanato dall’ONU. Gli scontri si svolsero all’interno degli stretti vicoli della Città Vecchia fra i paracadutisti israeliani i residui dell’esercito giordano che, consapevoli della loro inferiorità in numero e mezzi, scelsero di resistere appostandosi fra le case, agendo come franchi tiratori in modo da sfruttare al massimo la struttura molto intricata dei vicoli antichi. Nonostante la valorosa resistenza dei giordani i luoghi sacri dell’Islam, il Muro del Pianto e la Città Vecchia intera vennero conquistati in mattinata e definitivamente messi in sicurezza nel giro di pochi giorni. La commozione fra gli israeliani fu enorme. Gerusalemme con il muro, uno dei monumenti più cari agli ebrei, era in loro possesso. I soldati credenti iniziarono a piangere per l’emozione e a pregare rivolti al muro e alla diffusione della notizia la gioia fu così grande che tutti gli israeliani scesero in piazza a festeggiare in lacrime per la felicità. Per gli arabi in generale, e per i palestinesi e i giordani più in particolare, la perdita della Città Santa fu un colpo durissimo.

Dopo secoli di dominio musulmano, gli arabi avevano perso una delle città più importanti per l’Islam, nonché simbolo nazionale e capitale morale per i palestinesi. Al termine del conflitto, con il cessate il fuoco del 10 giugno, gli israeliani non credevano ai loro occhi: Israele aveva raddoppiato il suo territorio grazie alla conquista delle alture del Golan, della striscia di Gaza, della penisola del Sinai, della Cisgiordania, le quali potevano rappresentare utili zone cuscinetto, e Gerusalemme, città simbolo per gli ebrei. La guerra tra le fila arabe aveva causato un numero compreso tra i 200.000 e i 300.000 profughi fuggiti o cacciati dalla Cisgiordania e della striscia di Gaza; Egitto, Siria e Giordania, oltre ai territori persi, avevano subito ingenti perdite materiali e umane; un duro colpo al loro orgoglio. Fu chiaro fin da subito la funzione di spartiacque fra due epoche che questa guerra aveva assunto. Il fronte arabo, e in particolare le repubbliche arabe al suo interno, aveva dimostrato la fallacità della sua propaganda e la scarsa preparazione delle sue forze armate. Israele al contrario aveva dimostrato di essere una potenza regionale con cui tutti avrebbero dovuto fare i conti ma, allo stesso tempo, era divenuto una potenza occupante il cui destino sarebbe dipeso dal modo in cui avrebbe affrontato la gestione dei territori conquistati e soprattutto della popolazione palestinese e dei luoghi santi al loro interno.

Partendo da sinistra, le direttrici delle offensive israeliane in Cisgiordania, Sinai e sulle Alture del Golan

Articolo di Alessandro Trabucco.

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