Recensione al saggio di Mara Morini “La Russia di Putin” (il Mulino, 2020)

Come si può definire il regime politico instaurato da Vladimir Putin, l’attuale Presidente della Federazione Russa, in carica dal gennaio 2000? È con questo quesito di fondo che Mara Morini, docente di Scienza politica presso l’Università di Genova, conduce i lettori ad una profonda riflessione sulle dinamiche interne ed esterne che caratterizzano l’assetto politico e istituzionale della Russia. Si tratta di una lettura agile ma allo stesso tempo molto densa, dettagliata e piena di spunti di riflessione.

L’Autrice, attraverso un’analisi che si pone a cavallo tra Scienza politica e Diritto costituzionale comparato, sottolinea innanzitutto come sia necessario comprendere la profonda differenza che intercorre tra la presidenza El’cin degli anni Novanta e l’attuale presidenza Putin, definendo la prima come “politica della Dacia”, e la seconda come “dittatura della legge”. In particolare El’cin, nel cercare di gestire la crisi economica che ha caratterizzato gli anni della sua presidenza, ha sempre preferito che il suo sistema di potere si basasse sulla ricerca del “dialogo” tra l’apparato esecutivo e il principale organo legislativo, ovvero il Parlamento, e si è sempre circondato di numerose figure di oligarchi che lo aiutassero nel suo operato. Putin, al contrario, oltre a ridimensionare la figura degli oligarchi e a circondarsi invece di uomini a lui fidati, ha reso il Parlamento russo, e in particolare la Duma (la Camera bassa), una sorta di mero esecutore della volontà politica presidenziale, creando inoltre una “verticale del potere” per cui, ad esempio, i vari governatori delle regioni che compongono la Federazione sono a lui direttamente responsabili.

Stato forte, netta prevalenza dei poteri del Presidente della Federazione rispetto a quelli del
Primo Ministro, verticale del potere, sistema partitico solo in parte competitivo attraverso la lotta ai suoi oppositori politici, e centralità del suo partito (Russia Unita), sono alcuni dei principi cardine su cui si fonda il sistema politico putiniano. Sono proprio questi ultimi aspetti, insieme alla dilagante corruzione che attanaglia il Paese, che portano l’Autrice a classificare e inglobare la Russia tra gli Stati non democratici rispetto a quelli democratici, secondo l’impostazione metodologica voluta dal padre fondatore della Scienza politica italiana, vale a dire Giovanni Sartori. L’ombra di un probabile coinvolgimento del regime nel recente tentativo di avvelenamento di Alexej Navalnyj, il principale oppositore di Putin, non fa altro che confermare questa teoria.

Si deve poi considerare un ulteriore elemento. Nel luglio di quest’anno, i cittadini russi sono
stati chiamati alle urne per esprimersi su un quesito referendario costituzionale che ha riguardato la modifica di ben 14 articoli della Costituzione. Come prevedibile, le accuse di brogli elettorali sono state numerose, e l’impressione è che più che un referendum democratico si sia trattato di un plebiscito tipico dei regimi illiberali, dove il popolo si è limitato a “ratificare” una decisione presa dall’alto. Le novità introdotte dalla riforma costituzionale sono state diverse. La più importante di esse è consistita nell’azzeramento dei mandati presidenziali di Putin, offrendo all’attuale Capo di Stato russo la concreta possibilità non solo di potersi ricandidare alle prossime elezioni presidenziali che si terranno nel 2024, ma anche di rimanere al potere fino al 2036. Altre novità importanti hanno riguardato il primato del diritto interno russo rispetto alle norme internazionali, nonché la
istituzionalizzazione del Consiglio di Stato che prima era solo un organo consultivo non previsto dalla Costituzione.

Nel capitolo conclusivo del suo saggio, Morini si sofferma su che cosa ci si debba aspettare
in politica interna ed estera da Putin durante il suo attuale quarto mandato, iniziato nel 2018.
Nonostante il grande successo e appoggio di cui egli gode, i cittadini si aspettano dal Presidente un netto miglioramento delle condizioni economiche e lavorative, nonché un aumento generale dei salari. Sul fronte estero, Putin, a partire soprattutto dal 2014 con l’annessione della Crimea alla Russia, ha sempre perseverato nel portare avanti una politica estera piuttosto “belligerante” e di forte influenza (rectius: ingerenza), soprattutto in scenari caratterizzati da grande instabilità. Basti pensare, al riguardo, alle azioni finalizzate ad evitare eventuali nuove rivoluzioni colorate in Stati facenti parte dell’ex blocco sovietico (Georgia ed Ucraina), nonché al crescente interventismo in Medio Oriente, in particolare in Siria. Putin, inoltre, ha sempre cercato (e ultimamente lo ha fatto ancora di più) di consolidare la sua alleanza euroasiatica con potenze quali la Cina e l’India, senza dimenticarsi di estendere la propria sfera di influenza geopolitica in Stati dell’Europa orientale considerati come una sorta di “muro” contro l’Occidente, con il quale, peraltro, i rapporti restano difficili e caratterizzati da forti scontri soprattutto a livello diplomatico.

Difficile dire se la Russia di Putin riuscirà a vincere le numerose e complesse sfide che la
attendono in ambito interno e internazionale. Il volume di Morini ha il merito di aiutare il lettore nel farsi un’idea più chiara del Paese e delle sue dinamiche, nonché di comprendere meglio uno degli attori più influenti e controversi del ventunesimo secolo, Vladimir Putin. Una lettura utile, poi, per tutti coloro che vogliano approfondire il concreto funzionamento dei regimi illiberali.

Recensione di Lorenzo Biagi.

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