1861-1876: l’Italia fra crisi economica e modernizzazione

Nel 1861 il neonato Regno d’Italia concentrava la maggior parte delle sue attenzioni sullo scenario politico e militare venutosi a creare al termine della prima fase del processo di unificazione nazionale. Processo il quale era ancora incompleto. Infatti Roma rimaneva ancora nelle mani del Papa mentre il Veneto e il Trentino erano ancora parte dell’Impero Asburgico. Inoltre la possibilità di un attacco militare austriaco era molto sentita e temuta sia dalla corona che dagli esponenti delle forze armate e del governo. Non meno gravose però erano altre questioni fra cui la situazione economica e finanziaria del giovane regno. Senza un robusto sviluppo economico difficilmente il paese avrebbe potuto costruire una finanza pubblica sana e ancor più difficile sarebbe stato realizzare la difesa dei confini e degli interessi nazionali.

Il tre volte Ministro delle Finanze Quintino Sella

Alla sua creazione il paese aveva ereditato le entrate e i debiti di tutti i paesi preunitari. Nonostante la lenta crescita economica della penisola nei decenni precedenti e nonostante il debito ereditato non fosse esorbitante, corrispondente a circa un terzo del prodotto interno del regno, la situazione dal punto di vista delle entrate era sostanzialmente grave. Esse infatti riuscivano a coprire solo il 60% delle spese[1]. Spese che sarebbero certamente aumentate in vista di probabili future campagne militari. Per far fronte a queste incombenze e incoraggiare la crescita del paese furono eliminate tutte le barriere doganali che da secoli, più dei confini stessi, dividevano l’Italia e vennero mandati in pensione tutti i variegati sistemi finanziari adottati fino a pochi mesi prima dagli stati preunitari. Al loro posto venne creato in circa dieci anni un nuovo sistema finanziario basato su una pesante tassazione la quale avrebbe dovuto sostenere le spese militari e di modernizzazione del paese.  Dal punto di vista economico invece venne estesa a tutto il paese l’impalcatura economica piemontese basata sui principi liberisti, provocando così gravi danni alla debole industria del sud Italia la quale era riuscita a prosperare sfruttando i dazi protezionistici imposti negli anni passati dal regime dei Borbone. L’Italia doveva in questo modo costruire un’immagine di sé degna di uno stato europeo. Un’immagine che fosse in grado di dimostrare stabilità e affidabilità agli occhi del mondo intero. La terza guerra d’indipendenza però rovinò questi piani. Nel 1866 infatti le spese militari raddoppiarono e la sconfitta militare non solo colpì duramente il prestigio del paese e della dinastia regnante ma allo stesso tempo distrusse la credibilità finanziaria del regno. Per gli esponenti della Destra storica, al governo dal 1861, e in particolare per Quintino Sella, per tre volte Ministro delle Finanze fra il 1862 e il 1873, vi era la necessità di creare degli avanzi di bilancio che permettessero al paese di raggiungere il pareggio fra entrate e uscite così da poter estinguere l’enorme debito accumulato e allo stesso tempo poter continuare il processo di modernizzazione del Regno, in particolare il potenziamento delle infrastrutture e delle vie di comunicazione.

I progressi della rete ferroviaria italiana negli anni 1861-1870

Considerando le necessità del paese, il quale di certo in un momento così delicato della sua vita non poteva permettersi di risparmiare sulla modernizzazione, Quintino Sella e gli esponenti della Destra storica perseguirono quattro punti complementari per ottenere il tanto agognato pareggio di bilancio. Il primo, fortemente osteggiato dal re e dagli ambienti militari più vicini alla corona, prevedeva un ridimensionamento delle spese militari. Il secondo implicava un’accelerazione delle operazioni di incameramento e liquidazione dell’asse ecclesiastico. Il terzo imponeva l’introduzione del corso forzoso il quale permetteva allo stato di non convertire più in oro la carta moneta e di autorizzare la stampa di una maggiore quantità di biglietti di banca. Il quarto, e forse il più famoso, prevedeva l’adozione di una durissima politica fiscale volta ad aumentare la pressione sia delle imposte dirette che indirette. Conseguenza di questa rigorosa politica fu l’imposizione della tanto famosa quanto impopolare tassa sul macinato che fu anche la causa delle prime agitazioni sociali su scala nazionale della storia dell’Italia unita. Agitazioni che, soprattutto nella Pianura Padana, furono oggetto di una dura repressione da parte dello stato la quale causò più di duecento morti. Questo aumento della pressione fiscale colpì duramente il settore primario e di conseguenza un notevole numero di contadini e artigiani si videro costretti a emigrare verso l’estero. Allo stesso tempo però spinse i proprietari terrieri a investire nelle colture specializzate rivolte all’esportazione e a migliorare la produttività della terra.

L’imposizione della tassa sul macinato

Tutti questi punti andarono a comporre la politica economica della classe al governo, chiamata con tono dispregiativo “politica della lesina”[2], la quale caratterizzò gli anni di governo della Destra storica. Questa linea politica accrebbe l’impopolarità della classe dirigente e attirò l’ostilità degli esponenti della Sinistra storica come anche del re, decisamente infastidito dalle ristrettezze in campo militare. Nonostante il disaccordo regnante alle politiche della Destra, le condizioni del bilancio statale migliorarono e nel 1876 l’Italia raggiunse il tanto agognato pareggio di bilancio. Il raggiungimento dell’obiettivo fissato però non salvò la destra dal malessere dilagante che nel frattempo si era allargato anche agli industriali e ai gruppi bancari del paese favorevoli a una politica economica dai caratteri più flessibili e meno restrittivi. Proprio il malcontento di questi potenti gruppi fu, assieme alla straordinaria coerenza e rigidità delle politiche economiche della Destra, una delle cause principali della fine del periodo di governo della Destra storica nel 1876, dopo ben quindici anni di dominio sullo scenario politico italiano postunitario.

Bibliografia

-Carlo Cipolla, Storia facile dell’economia italiana dal medioevo a oggi, Mondadori, Milano, 1995.

-Giovanni Sabbatucci, Vittorio Vidotto, Il mondo contemporaneo dal 1848 a oggi, Laterza, Bari, 2014.

-https://www.treccani.it/enciclopedia/bilancio-e-finanza-pubblica_%28L%27Unificazione%29/ 

-https://www.treccani.it/enciclopedia/la-costruzione-dell-economia-unitaria_%28L%27Unificazione%29/


[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/bilancio-e-finanza-pubblica_%28L%27Unificazione%29/ 

[2] Carlo Cipolla, Storia facile dell’economia italiana dal medioevo a oggi, Mondadori, Milano, 1995, p. 105.

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